Ga-neung-han Sa-rang (Possible Love)

di Lee Chang-dong

164'

Romantico

2026

Corea del Sud

Venezia 83.

Possible Love – Il decimo comandamento

7 Settembre 2026

Tommaso Rubechini

La regista Mi-ok (Jeon Do-yeon), benestante e sposata con il broker Sang-woo (Zo In-sung), decide di girare un documentario sui lavoratori di una fabbrica di carta, licenziati in tronco dopo la vendita della loro industria. Intervista prima Ye-ji (Cho Yeon-jeong), operaia e narratrice nata, e poi il marito di lei, il taciturno Ho-seok (Sul Kyung-gu), proprio uno dei dipendenti crudamente esonerati. I due nuclei, schierati da una parte e dall’altra della telecamera, si avvicineranno sempre di più fino a far deflagrare le rispettive pulsioni represse e i desideri nascosti.

Dopo otto anni dal precedente Burning, Lee Chang-Dong (Poetry, Peppermint Candy) arriva a Venezia con il suo nuovo titolo, prodotto da Netflix e possibile candidato per il Leone d’Oro. Con Possible Love, il regista sudcoreano torna a fare quello che gli riesce meglio, ovvero utilizzare il microscopico mondo delle relazioni personali per raccontare i paradossi e le contraddizioni del suo paese, profondamente diviso a livello sociale tra ricchi e poveri. Se Joon Bong-ho in Parasite aveva trasformato la lotta di classe in una grottesca metafora animale, sottolineando l’interdipendenza tra parassiti e animali parassitati, e Park Chan-wook in No Other Choice l’aveva immaginata come una spietata caccia all’uomo, dove alle taglie western si sostituivano i profili Linkedin, Chang Dong mette in scena una vicenda di realismo spiazzante e di poesia del verosimile.

La telecamera di Mi-ok, pronta a riprendere le interviste e i colloqui con i due coniugi operai, si trasforma nell’occhio inquisitore della classe dirigente privilegiata, attento al sociale, che vuole capire come vive l’indigente (quasi recuperando la struttura della fiaba “Il principe e il povero”). L’occhio-camera appare ricettivamente interessato a non nascondere niente, ma è proprio nello sbattere della sua grande palpebra elettronica, che si accende e si spegne a seconda dei comandi della documentarista, che va ricercata la verità. È il non-detto ciò che da sempre interessa a Chang Dong, in grado, con la sua macchina al contrario sempre accesa, di intercettare proprio quel sottinteso.

Nel film sembra costantemente aleggiare un impercettibile alone di sospetto per qualcosa che appare chiaro ai personaggi in scena ma non allo spettatore e che non viene mai esplicitato dai dialoghi, scritti divinamente, ma dagli sguardi e dai movimenti degli attori. Questi collaborano perfettamente alla costruzione a tutto tondo dei loro personaggi, a partire proprio dai vestiti usati, appariscente barriera di demarcazione sociale tra la coppia benestante e quella meno abbiente. La consapevolezza da parte di Ye-ji che una delle borse di Mi-ok potrebbe voler dire un’intera vacanza per tutta la sua famiglia non può far altro che far sorgere un sorriso amaro sul volto.

Sul Kyung-gu in particolare, attore che interpreta Ho-seok, appare puntuale come scelta per uno sfortunato operaio vittima di ingiusto licenziamento. Il suo volto, granitico e scevro di emozioni a causa dei traumi subiti, sembra quasi ricavato da una lastra di ferro battuto e intagliato. È il perfetto volto della classe operaia coreana, divisa tra i “morti” (licenziati) e i “vivi” (assunti), tanto quanto Volonté lo era per quella italiana nel capolavoro di Petri La Classe operaia va in paradiso.

Come avveniva nel cinema della coppia inglese Joseph Losey–Harold Pinter (The Incident, The Servant), rispettivamente alla regia e alla sceneggiatura, anche qui i giochi di potere in costante svolgimento sotterraneo possono risalire dalle profondità sociali attraverso l’utilizzo dell’alcol, che azzera i freni inibitori mostrando la reale maschera delle intenzioni. Il consumo del soju, tipico vino di riso coreano che gioca un ruolo centrale in entrambi i nuclei familiari, cambia valore e significato a seconda di chi (e di come) lo consuma, diventando costoso svago o sollievo per un’anima fatta a pezzi.

Quando, messi di fronte alle rispettive differenze e somiglianze, le coppie rischieranno di collidere come due satelliti spaziali finiti accidentalmente sulla stessa rotta, ognuno dei quattro tasselli in movimento dovrà decidere come comportarsi, abbracciare le proprie pulsioni interiori o contenersi, ricordando che sotto il grande cielo stellato dove troneggia la luna siamo tutti uguali, come formiche di fronte all’infinito.

condividi