Demetra in esilio
di Maria Giovanna Cicciari
79'
Drammatico
2026
Italia
Biennale College
Demetra in Esilio – Ade esiste e vive a Milano
Unica partecipazione italiana alla 14ª edizione di Biennale college, Demetra in esilio è il primo lungometraggio di Maria Giovanna Cicciari, già autrice di corti sperimentali e docente di linguaggio audiovisivo.
Madre e figlia, come fantasmi, si aggirano nel loro appartamento seguendo una stanca routine in una Milano torrida tra tapparelle abbassate, lentissimi rituali di cura e notti cadenzate dai ventilatori.
Nonostante la Demetra del titolo, la protagonista del film è senza dubbio la figlia Lia, che pazientemente si prende cura della casa e della madre relegata in casa, in gabbia come l’uccellino con cui divide la camera.
Mentre Daria si lascia vivere come una dea della natura (Demetra) disoccupata fra il cemento cittadino, Lia approfitta delle poche uscite di sopravvivenza per sperimentare da sola, con la telecamera, un suo progetto audiovisivo dedicato appunto al mito greco del rapimento di Persefone da parte di Ade.
Se Daria-Demetra langue in un’estate che vorrebbe non finisse mai, Lia-Persefone è spinta dalla ricerca e dalla curiosità del buio, dell’altro da sé e del sesso, finché un Ade in tuta da operaio spunta da un vecchio pozzo abbandonato nel cortile, e il richiamo degli abissi sarà per Lia più forte dell’amore materno.
Il film è facilmente interpretabile (in senso opposto al mito originale, che vedeva Persefone come una vittima di Ade) come metafora della liberazione fisica e sessuale di Lia dall’arido attaccamento alla madre. Come Persefone seguiva Ade negli inferi, anche Lia “s’innamora del buio” e segue il suo Dio dell’oltretombino.
L’esilio di Demetra, che l’autrice rivela prendere spunto da Heine e dai suoi racconti fiabeschi sugli dei in esilio dopo l’avvento del cristianesimo, è quello di una madre alienata e dissociata. I campi sono aridi, le piante sono per lo più motivi su piastrelle e vestiti. Daria incarna una natura posticcia, arresa, isolata in un ecosistema fragile e precario, mentre tutt’altra forza naturale esplode dal desiderio di Lia.
Il cinema, attraverso gli occhi di Lia, diventa l’unica finestra oltre il cortile e l’unico mezzo di comunicazione emotiva tra le due donne.
Se il richiamo al mito è fin troppo esplicito e il film sembra dilatarsi eccessivamente, particolare cura è prestata alla fotografia, alle ambientazioni (seppur limitatissime) e alla colonna sonora, con un gioco di suoni molto efficace.
La realizzazione lenta e claustrofobia della vita costretta tra le mura domestiche richiama un Doogtooth di Lanthimos, qualcosa del cinema di Danièle Huillet nella concezione del mito, ma forse ancora di più il pensiero va al nostrano Poema a fumetti di Dino Buzzati, dove un Orfeo milanese si aggirava tra le vie cittadine.
Il mito insomma ha un’universalità così potente da entrare anche tra le mura di un condominio di Milano, in una noiosa e deserta estate cittadina.