Wild Horse Nine

di Martin McDonagh

119'

Commedia Drammatica

2026

Regno Unito, Stati Uniti

Venezia 83.

Wild Horse Nine – Agenti pubblici

4 Settembre 2026

Tommaso Rubechini

In un non meglio identificato ufficio della CIA, dentro il palazzo governativo di Santiago del Cile prossimo al golpe del 1973, due carismatici agenti segreti stanno provando una cinepresa Super 8. Dietro la macchina si trova il baffuto Lee (Sam Rockwell), perennemente affamato, mentre l’intervistato è il veterano Chris (John Malkovich), mentore del primo e cavaliere dell’Agenzia che ha portato a termine decine di lavori. I due, amici prima che colleghi, si recheranno nella misteriosa Rapa Nui per visitare i celebri Moai prima di nuovo sanguinoso incarico.

Martin McDonagh (In Bruges, Sette Psicopatici), ha saputo negli anni ricavarsi un posto d’onore posto nel pantheon degli autori “veneziani”, di cui è ormai un affezionato partecipante. I suoi ultimi due film infatti, Tre Manifesti a Ebbing Missouri e Gli Spiriti dell’Isola, hanno vinto il Premio Osella per la migliore sceneggiatura proprio a Venezia e Wild Horse Nine dimostra ancora una volta che resta uno dei migliori scrittori di cinema in circolazione. Il suo passato da sceneggiatore nel teatro inglese, di cui è stato un enfant prodige, rende possibile la stesura di linee di dialogo vertiginose, colme di esilaranti elementi grotteschi e di intensi passi meditativi.  Autentico epigono del teatro dell’assurdo beckettiano, applicato però alla Settima Arte, i protagonisti dei suoi film, quasi sempre in coppia come il Vladimir e l’ Estragon di Aspettando Godot, mettono in scena dinamiche di grande profondità psicologica, spesso mascherata dal loro carisma che agisce da sottile velo a tinte pastello, come i colori delle camere dell’albergo che dividono i due agenti segreti.

Occorre scavare a fondo, andando oltre le curiose camice caraibiche e le spacconate di Lee e Chris per rendersi pienamente conto che in scena si sta consumando una tragedia strabordante di forza vitale. L’attempato Chris, ormai giunto alla vecchiaia dopo una lunga carriera di colpi di Stato e omicidi su commissione, marchi di fabbrica della CIA per la durata di tutta la Guerra Fredda, sente su di sé tutto il peso di un passato traumatico anche per l’assassino più spietato. La sua mente oscilla, non ricordando elementi cruciali e confondendo i ricordi con la realtà, mentre il suo corpo dolorante deve essere costantemente sedato da dosi massicce di morfina, il cui utilizzo viene controllato da Lee, suo protégé, che si comporta come il figlio di un padre amato ormai prossimo alla dipartita.

Preda di malinconia e di un profondo senso di colpa per una vita passata a mentire e a organizzare distruzione, Chris appare ormai incapace di poter nascondere ancora la verità che fuoriesce quasi autonomamente senza più essere trattenuta, esorcizzando così la sua paura della fine.

Fervente cattolico, compassionevole verso qualsiasi forma di vita, con un particolare occhio di riguardo per i cavalli selvaggi, connessi inevitabilmente con il passato western degli Stati Uniti e con la musica country di Hank Williams che ascolta prima di dormire, le convinzioni della spia veterana sembrano vacillare. Pur avendo perseguito un sanguinoso bene superiore, non è più convinto che questo possa garantirgli un posto in paradiso.

Sullo sfondo degli splendidi paesaggi naturali dell’isola, rimangono sempre in agguato i tentacoli della CIA, un gigantesco idolo di violenza e terrore, come il moloch di Cabiria (Pastrone), che non può fare altro che fagocitare i suoi migliori agenti quando questi si rivelano incapaci di continuare il proprio lavoro. L’incontro con due giovani studentesse cilene, permetterà a Chris di compiere la sua prima opera di bene per un ideale diverso da quello del suo paese, nella speranza che questo possa alleggerire la sua anima tormentata, donandole finalmente l’agilità del volo di un pettirosso.

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