Bucking Fastard - Legami omozigoti

Werner Herzog

109'

Drammatico

2026

Irlanda, Stati Uniti

Venezia 83. Concorso

Bucking Fastard - Herzog

Bucking Fastard – Legami omozigoti

3 Settembre 2026

Tommaso Rubechini

In una buia aula di tribunale irlandese, salgono al banco dei testimoni, per la prima volta nella storia della common law, due persone, Jean e Joan Holbrooke (rispettivamente Kate e Rooney Mara), accusate di stalking nei confronti del vicino di casa, l’aitante Mulroney (Orlando Bloom).  Le due sorelle, moderni Dioscuri al femminile, sembrano incastonate in un rapporto di completa simbiosi, chiuse in una gabbia di “legami omozigoti” dove cinguettano all’unisono come pappagallini domestici.

Dopo il Ghost Elephants e il Leone d’Oro alla carriera della 82. edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Werner Herzog (Aguirre, Nosferatu, Fitzcarraldo), torna – in trionfo – in laguna con un nuovo film di finzione, liberamente ispirato alla storia vera delle gemelle Chaplin, divenute celebri negli anni ’80 per parlare e compiere insieme ogni azione.

Nasce così Bucking Fastard (dedicato alla memoria del mai abbastanza compianto David Lynch) che si promette di portare a termine un’idea che balena da decenni nella testa di Herzog: realizzare un film con due personaggi che si comportano come uno solo. Le sorelle Mara, così uguali ma anche così diverse, qui particolarmente ispirate in un ruolo destinato diventare cult, si completano perfettamente a vicenda non solo nei dialoghi, pronunciati in grottesca sincronia, ma anche in ogni singola azione comune, quando le loro mani si intrecciano come radici per portare una teiera o per aprire una scatoletta di acciughe. Vestite sempre uguali e camminando sempre con lo stesso passo, le Holbrooke sono la rappresentazione imperfetta di una realtà naturale, a tratti mitologica, quasi scomparsa nella voragine della modernità.

Delle outsiders completamente estranee a qualsiasi tecnologia, senza internet o televisione, ritrovano il proprio posto l’una nell’altra in un mondo personale e scricchiolante, nonché, a volte, per certi versi comunque migliore del nostro, che sembra sorreggersi su precise regole di interdipendenza in cui qualsivoglia emancipazione appare impossibile.

La regia di Herzog accompagna con attenzione le peregrinazioni delle gemelle – da un cupo spazio urbano, dove toccheranno con mano la bassezza umana, fino agli splendidi paesaggi di ampio respiro dell’Irlanda rurale, dove l’occhio finisce per perdersi tra i giochi di luce e il volo spensierato delle nuvole.

Proprio il ritorno a un universo bucolico e semplice, incorniciato dal regista tedesco da sempre estremamente abile nel rappresentare i panorami asservendoli alla narrazione, farà scattare qualcosa nell’anima delle sorelle. La ricerca di uno scopo esistenziale, di una necessità di e per la vita, che assume la forma di un’immensa opera di indagine per trovare non un nuovo posto del mondo, ma un nuovo mondo stesso, dove sia possibile amare liberamente e vivere in pace con la natura e le altre forme di vita.

Un paradiso primordiale a tinte irlandesi che ricorda quasi la primitiva età dell’uomo di rousseauiana memoria. Scavando nel fianco di una caverna, che una leggenda identifica come la porta di accesso per le lontane isole Orcadi, Jean e Joan scopriranno che la luce in fondo al tunnel non brilla per tutti, ma solo per chi ha deciso di sottomettersi totalmente alle convenzioni, salendo sul triste trenino della conformità che solca i binari prestabiliti della vita.

condividi